• Camilla Marinoni

Antonia Pozzi, la vita sognata


Oggi parlerò di Antonia Pozzi, donna che ha vissuto ed amato intensamente ma che è stata incompresa sia dalla famiglia che dalla cerchia di intellettuali e per questo, troppo tempo, dimenticata.

Nasce a Milano nel 1912 ed è figlia di una famiglia facoltosa, Antonia si accosta alla poesia fin dall'adolescenza: a 17 anni inizia a scrivere poesie, inizia a fare scalate in montagna e a fare fotografie.

Infatti utilizza il mezzo fotografico per fissare un immagine che poi si trova nelle poesie e nei suoi diari.

Alpinista e sciatrice socia del Cai di Milano, muore suicida nei giorni in cui si stavano emanando le leggi razziali, il 3 Dicembre 1938.

Studia al liceo classico Manzoni e si iscrive alla facoltà di Filologia alla Statale di Milano. Un animo fragile e appassionato quello di Antonia Pozzi, innamorata della natura, che per lei è un vero e proprio rifugio interiore, vulnerabile sul piano affettivo e sentimentale. Vivrà intense amicizie e diverse relazioni che la faranno entrare in una profonda depressione: in particolare quella iniziata al liceo con il professore di latino e greco Antonio Maria Cervi, di cui Antonia era profondamente innamorata ma che la famiglia osteggiò pesantemente fino a provocare l'allontanamento dei due.

Antonia: figura leggera, delicatamente affascinante che nasconde una enorme profondità e racchiude dentro un corpo palpitante di vita, un mondo complesso e in grande fermento. Donna che ama mostrarsi appena, da l'idea di aver paura di svelarsi totalmente, e abbia scelto di parlare sottovoce: attraverso le sue poesie e le sue fotografie.

Ti lascio un paio di foto e poesie scelte:

1933

Cime di Lavaredo 1936

La vita sognata

Chi mi parla non sa che io ho vissuto un’altra vita – come chi dica una fiaba o una parabola santa.

Perchè tu eri la purità mia, tu cui un’onda bianca di tristezza cadeva sul volto se ti chiamavo con labbra impure, tu cui lacrime dolci correvano nel profondo degli occhi se guardavano in alto – e così ti parevo più bella.

O velo tu – della mia giovinezza, mia veste chiara, verità svanita – o nodo lucente – di tutta una vita che fu sognata – forse –

oh, per averti sognata, mia vita cara, benedico i giorni che restano – il ramo morto di tutti i giorni che restano, che servono per piangere te.

Bellezza

Ti do me stessa, le mie notti insonni, i lunghi sorsi di cielo e stelle – bevuti sulle montagne, la brezza dei mari percorsi verso albe remote.

Ti do me stessa, il sole vergine dei miei mattini su favolose rive tra superstiti colonne e ulivi e spighe.

Ti do me stessa, i meriggi sul ciglio delle cascate, i tramonti ai piedi delle statue, sulle colline, fra tronchi di cipressi animati di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia di creatura, il mio tremito di stelo vivo nel cerchio degli orizzonti, piegato al vento limpido – della bellezza: e tu lascia ch’io guardi questi occhi che Dio ti ha dati, così densi di cielo – profondi come secoli di luce inabissati al di là delle vette –

Amore di lontananza

Ricordo che, quand’ero nella casa della mia mamma, in mezzo alla pianura, avevo una finestra che guardava sui prati; in fondo, l’argine boscoso nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo, c’era una striscia scura di colline. Io allora non avevo visto il mare che una sol volta, ma ne conservavo un’aspra nostalgia da innamorata. Verso sera fissavo l’orizzonte; socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo i contorni e i colori tra le ciglia: e la striscia dei colli si spianava, tremula, azzurra: a me pareva il mare e mi piaceva più del mare vero.

Conoscevi già Antonia Pozzi?

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